YC(N)A, una riflessione

Recensione di boota

Una premessa.

Credo sia d’obbligo, volendo scrivere qualche buon rigo su Evangelion: 2.0 You can (not) advance, introdurre il discorso partendo da una rapida analisi del primo capitolo della tetralogia del Rebuild of evangelion.
Insomma, mi si perdonerà se invece di tuffarmi a capofitto sul nuovo film ora vado ad impiegare qualche parola su Evangelion: 1.0 You are (not) alone nel tentativo di discutere meglio sul secondo film analizzando pregi e difetti del primo.

Andando per ordine.

Rebuild of Evangelion, ovvero la volontà da parte degli autori della serie animata Neon Genesis Evangelion di riscrivere un’opera già espressa ben dieci anni fa e (auto)distrutta dalle notissime diatribe produttive e di scarso rapporto che col pubblico si seppe intrecciare a quel tempo.
Riscrivere un’opera quindi come iniziativa non esclusivamente pensata e voluta come vuoto riciclo di un blasone dall’indubbio fascino commerciale, non solo sfruttamento di noto marchio insomma.
Qualcosa ancora da dire c’è in Evangelion, da aggiustare anche.
La domanda a questo punto, una volta assimilata la possibilità di rimettere mano ad opera (bene o male) conclusa è naturale, ovvia se vogliamo, ed essa riconduce alla naturale curiosità insita nello spettatore più smaliziato e curioso, di vedere come l’autore saprà rimettere in discussione immagini, simboli e mitologie di qualcosa già sviscerato e mostrato al pubblico.
Volendo essere sintetici, direi che la massima curiosità che anima l’umore del pubblico dinnanzi a lavori come Rebuild of Evangelion risiede proprio nel vedere rinarrata un’opera che già si conosce.
Proprio qui vorrei porre il principale paletto che differisce fortemente tra l’attesa di chi dal Rebuild s’aspetta un riprendere fatti e avvenimenti linearmente trasfusi in pellicola con maggior nervo produttivo e chi invece pretende una forte manipolazione del materiale già conosciuto e metabolizzato.
Subito l’ammetto: chi scrive vuole porsi nel secondo gruppo, tra chi s’aspetta una robusta rielaborazione in luogo d’una semplice riproposizione.
Da tutto ciò credo sia chiaro la reazione che mi ha provocato la visione di Evangelion: 1.0 You are (not) alone o, almeno, della sua prima parte: scoramento e delusione che seppur sollevata dal timore d’aver a che fare con qualche blando riassunto assemblato da materiale televisivo (come molta opera cinematografica di Tomino ha abituato), lo stesso si è innervata ruvida tra le sensazioni date dal film.
Chiaramente, l’inizio, i primi passi mossi dal progetto Rebuild of Evangelion non m’hanno soddisfatto.
Evangelion: 1.0 You are (not) alone nella sua parte iniziale fin troppo indugia nell’effetto ricalco di quel che si è già visto anni e anni fa e questo sfocia in una sorta d’irritazione indotta pure da quei pochi ritagli che totalmente inediti svettano a mostrare i muscoli rispetto all’antico taglio televisivo dell’immagine.
Poi, per fortuna Evangelion: 1.0 You are (not) alone dimostra d’avere in sé la forza per emergere dalla vuota riproposizione e riesce a rimettersi in gioco trasfondendo pure quel che del vecchio Evangelion è diventato cult in forma nuova e inedita.
Non è difatti difficile notare, visionando la prima pellicola del Rebuild, una graduale trasformazione e ampliamento del taglio visivo, dell’occhio cinematografico che da copia carbone irritante pian piano diviene grandioso affresco dai confini amplissimi e soggetti a continui virtuosismi.
Tutto questo sfocia in maniera plateale nella nuova operazione Yashima, nel climax del primo film, ove il vecchio Evangelion cede il passo al nuovo Evangelion.
Si capirà che così strutturato il film rischia d’apparire sbilanciato nella sua evoluzione grafico narrativa dove ad un inizio frenato si ha come opposto un climax lasciato finalmente a briglie sciolte schiavo solamente dell’immaginazione degli autori.
Chiaramente, ammetto che questa struttura può essere percepita come un gioco ardito portato avanti dagli autori convinti che così facendo sia possibile non solo appagare lo spettatore affamato di rielaborazione profonda ma pure quello che dal Rebuild s’aspetta ne più ne meno che un riassunto della vecchia serie.
Operazione riuscita dunque?
Di sicuro posso affermare con una certa franchezza che questo modo d’affrontare il Rebild lo trovo parecchio stimolante intellettualmente, gravido di sottostrutture autoriali degne di nota oltre a dimostrare una certa malizia produttiva probabilmente necessaria nel trattare un titolo spinoso come Evangelion.
Ma qui, arrivati alla fine di Evangelion: 1.0 You are (not) alone un quesito si presenta turgido e impossibile da rimandare: i restanti capitoli della tetralogia seguiranno sempre, di film in film, questo micro schema narrativo o l’1.0 rappresenta l’esca, l’aggancio con un Evangelion non più televisivo ma finalmente cinematografico?

Fortunatamente, posso dire che la risposta verte nettamente verso la seconda delle possibilità.
Evangelion: 2.0 You can (not) advance s’innesta laddove il primo film si chiude e quel ch’è più importante notare è che questo avviene non tanto narrativamente ma concettualmente.
Si ha dunque fin dalle prime battute di Evangelion: 2.0 You can (not) advance quella manipolazione visiva e concettuale che all’inizio dell’1.0 s’era evitato di affrontare.
A ben guardare la trasformazione continua gradualmente anche nella seconda pellicola rendendo la visione via via sempre più interessante e facendo intuire ancor maggiori novità nei prossimi capitoli del Rebuild che probabilmente non casualmente vanno a lambire quel tratto della vecchia serie più soggetta ai problemi produttivi.
Quindi, questo Evangelion: 2.0 You can (not) advance appare nettamente come perfetto ponte di congiunzione tra il vecchio e il nuovo riprendendo la strada intrapresa nell’operazione Yashima e portandone gli esiti ancora più un là.

Si ha dunque a che fare con le carte d’un mazzo ben conosciuto ma qui rimescolate e tagliate in maniera che la partita assume connotati imprevisti.
In Evangelion: 2.0 You can (not) advance c’è ancora maggior compattezza rispetto all’1.0 che già riusciva a serrare i ranghi della narrazione episodica della serie televisiva.
Una compattezza narrativa dovuta alla maggior importanza assunta dal ruolo del protagonista che qui emerge in maniera ben più netta rispetto al resto del cast.
Protagonista che in questo secondo capitolo viene ancor più calato sotto la luce dei riflettori puntati dagli autori.
In effetti, una delle maggiori differenze rispetto al vecchio Evangelion è l’aspetto meno corale dell’opera: sia la struttura ad episodi (perfetta nel media televisivo) che l’ampio cast preso di volta in volta in considerazione nel Rebuild si trasforma in una visione maggiormente soggettiva filtrata dal personaggio di Shinji.
Questo a mio avviso è un bene visto che i tempi di un film sono ben diversi da quelli d’un prodotto seriale televisivo e che proprio in questa revisione si è giocata una parte fondamentale della partita ch’è quel tentativo d’evitare l’effetto riassunto che tanto si deve temere di fronte a opere come il Rebuild.

Quindi come dicevo, Evangelion: 2.0 You can (not) advance porta avanti le migliorie narrative già presentate dal primo capitolo rafforzando inoltre l’intera struttura visiva raggiungendo molto spesso l’intensità (e la rielaborazione) già tastata nella nuova operazione Yashima.
Anche in questo, nel rinnovato taglio visivo/tecnico, Evangelion: 2.0 You can (not) advance sa farsi araldo dei migliori auspici formulati in chiusura dell’1.0.
L’intera ossatura del secondo film va a pescare direttamente da quella fase della serie originale maggiormente frastagliata ove ad una frammentarietà smaccatamente ariosa e a tratti addirittura ironica viene bruscamente sostituita il dramma psicologico.
In questo, il 2.0, riesce a mantenere bene l’equilibrio dosando una prima parte d’azione positiva seguita da un accumulo di drammi che ben condensano la svolta insita in Evangelion.
Si inizia quindi che ancora lo scontro in atto viene mostrato vivido, solare nei colori sgargianti dei nuovi scenari e nelle improbabili evoluzioni volanti e podistiche degli eva che calano lo spettatore in una visione d’azione positiva e necessaria se vogliamo.
Poi, l’atmosfera vira bruscamente e questo avviene anche tramite la fotografia che assume sempre più le tonalità notturne, dense di presagi. Le ombre s’allungano e i personaggi tornano a divedersi laddove s’era intravista la possibilità di una riconciliazione.
Pure l’azione si sposta in palcoscenici maggiormente drammatici e ben si mostra la scena dello scontro tra l’unità 03 e lo 01 posti uno di fronte l’altro nella solitudine d’una campagna svuotata e inondata da una luce crepuscolare che pian piano diventa tenebra.
Buio nell’animo ottimamente reso dalla visione che si para davanti agli occhi.
In questo frangente poi emerge con vigore un’altra forte modifica rispetto all’originale televisivo ed è la scelta di privare la scena della lotta tra i due eva d’una colonna sonora trionfante preferendovi una lieve canzone malinconica e infantile quasi a voler contrapporre fino all’evidenza più fastidiosa la brutalità della situazione, la durezza del mondo che attenda là fuori Shinji.
Notevole come questa scena venga condotta verso nuovi significati marcandone il potere visivo e scenografico mostrando ancora una volta come gli autori di Evangelion siano pienamente in grado di descrivere l’aspetto più profondo della loro opera senza dover ricorrere al didascalismo di certe puntate televisive (25 e 26?).

Quindi, direi che la scena dello scontro dei due eva ben rappresenta la rottura definitiva che questo film rappresenta all’interno della narrazione di Evangelion e già nel proseguo della pellicola si ha forte la sensazione di essere arrivati a una svolta.
Da lì in poi, nel film emerge quasi esclusivamente una catastrofe fisica e psicologica le conseguenze della quale sono rimandate al prossimo capitolo.
Una catastrofe narrativa che porta la pellicola verso lo scontro fisico, alla distruzione dei corpi, all’estremizzazione della lotta che ancor di più viene gustata dallo spettatore nella grandiosità della messa in scena che spinge verso un sentore di non sense, di affastellamento di umori e motivazioni confuse e votate all’autodistruzione.
Notevole che questa esasperazione sia posta nel film a conclusione della narrazione senza dare allo spettatore la possibilità di cercare spiegazione a quel che vede, come se il volere degli autori mirasse a far sbattere l’occhio cinematografico contro una muraglia inaccessibile.
Anche in questo è importante il ritorno nei suoi passi di Shinji che così facendo mette in netto conflitto la scelta di abbandonare l’eva e il suo furioso desiderio di risalire a bordo dell’umanoide.
Interessante lo sguardo allucinato che mostra il protagonista durante il rovinoso combattimento che descrive pienamente come forse solo una catarsi distruttiva può dare la ragione di un’esistenza votata fin lì all’apatia emozionale.
Anche qui abbiamo un’altra chiave di lettura, nel vedere come lo scenario fin lì mostrato come fortezza inespugnabile e quindi immutabile subisce l’invasione dell’angelo che ne stravolge le difese.
Ammirevole la scelta di far penetrare in luoghi finora inviolabili il nemico esterno che pare approfittare della caduta depressiva di Shinji per far breccia in un continuo gioco fra quel che la pellicola mostra fisicamente e quello che lo spettatore può cogliere tra le righe.
Lo scontro che avviene sul limite del baratro (dell’umanità o dell’individuo?) non può che risolversi in una perdita di controllo da parte del protagonista cui consegue uno sfilacciamento dei contorni del film che, ripeto, nel suo chiudersi lascia basiti e attoniti.
La chiusura è netta sia narrativamente che tecnicamente, si ha un colpo di cesoia che pone improrogabile la totale manipolazione della materia Evangelion nel prossimo capitolo.
Già il titolo del terzo film che vede capeggiare quella Q è simbolo d’un cambio di tendenza, di un’inversione di marcia, di una rottura così come l’ancora misterioso titolo del quarto film appare come un punto interrogativo alquanto simbolico quasi a sottolineare ancora una volta l’essenza sfuggevole dell’intera opera Evangelion sempre pronta a riscriversi e reinventarsi.

Ora non ci resta che attendere i nuovi capitoli per vedere se la scommessa lanciata dagli autori sarà vinta.

Chiudendo non posso evitare di spendere qualche buona parola riguardo l’apparato puramente tecnico del film.
Evangelion: 2.0 You can (not) advance si presenta fin da subito come opera davvero ben animata e ottimamente disegnata.
L’orchestrazione delle immagini e dei movimenti ben si dipana per tutta la durata della pellicola con molti picchi d’intensità emotiva.
Diciamo che se proprio vi è la volontà di trovare la celebre pagliuzza si può notare una discrepanza tra le scene principali e quelle secondarie così da rendere visibile ad occhio allenato quelle sequenze più congegnate da quelle magari più rilassate.
Diciamo che l’effetto di questo lieve saliscendi ricorda le produzioni televisive dove le puntate lavorate da diversi studi a volte non riescono a presentare una perfetta armonia di resa visiva e stile.
Chiaramente, questo fenomeno in Evangelion: 2.0 You can (not) advance è alquanto lieve e percettibile forse solo a chi è particolarmente esperto nello scrutare tra intercalazioni e animazioni chiave.
Più sinteticamente si può dire che pure Evangelion: 2.0 You can (not) advance fa parte di quella schiera di film cinematografici che seppur non potendo toccare i vertici tecnici di opere basilari come Innocence non ne fanno rimpiangere i fasti cercando più che una veste da colossal disegnato, una chiave di lettura d’animazione televisiva spinta al massimo tanto da entrare di diritto nella dimensione cinematografica.

Poi, discutendo della colonna sonora è possibile replicare interamente il discorso più sopra affrontato dato che pure le musiche che accompagnano le immagini seguono lo schema in crescendo della rielaborazione del vecchio Evangelion.
Si ha quindi una partenza fedele all’originale colonna sonora riarrangiata con una più ampia formazione musicale e pian piano ci si spinge verso temi e motti inediti i quali virano nettamente verso un afflato d’ampio respiro e sicuramente molto più in linea con le più recenti composizioni dell’autore dello spartito.

In conclusione, per ora il bilancio della prima metà del Rebuild of Evangelion credo di poterlo definire ampiamente positivo senza rischio di smentite.
L’unico neo rimane la scelta di iniziare l’opera ricalcando tropo dal vecchio Evangelion così che alla fine di tutto il rischio è di avere quattro film la cui più lampante debolezza è il prologo.
Certo, come già più volte ribadito in queste righe, nell’affermare ciò mi affido ampiamente al mio gusto soggettivo che mi fa prediligere la totale manipolazione rispetto alla pedissequa riproposizione.
Insomma, ci sarà da soppesare a tetralogia conclusa se questa formula scelta dagli autori potrà essere definita pienamente vincente o se andrà a rappresentare una zavorra fastidiosa.

Allo spettatore non resta che attendere i nuovi capitoli.

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